Il portale Meningite: la situazione in Toscana, realizzato dall’Agenzia regionale di sanità è online per fornire a cittadini e operatori sanitari informazioni precise e accreditate su un tema che ha interessato molto da vicino la nostra regione negli ultimi tre anni.
Il portale Meningite: la situazione in Toscana, realizzato dall’Agenzia regionale di sanità è online per fornire a cittadini e operatori sanitari informazioni precise e accreditate su un tema che ha interessato molto da vicino la nostra regione negli ultimi tre anni.
A partire dal 2015 in Toscana è stato osservato un aumento anomalo dei casi di meningococco C, batterio responsabile delle forme solitamente più serie di meningite. Questa situazione si è protratta fino a tutto il 2016. La Regione Toscana ha attivato una campagna straordinaria di vaccinazione dei cittadini ed ha affidato all’Agenzia regionale di sanità, con il supporto tecnico scientifico dell’Istituto superiore di sanità, la realizzazione di 2 studi regionali: uno volto a misurare la prevalenza nella popolazione dei portatori sani del batterio (meningococco C e altri tipi), l’altro ad indagare i fattori di rischio che caratterizzano i 61 casi di malattia da meningococco C.
Testi brevi, linguaggio semplice, molte immagini e infografiche caratterizzano le informazioni contenute nel portale, che offre una descrizione e caratterizzazione dei casi avvenuti in Toscana e una lettura più ampia sull’epidemiologia della malattia, allargando l’analisi anche all’Italia, all’Europa e alla situazione a livello mondiale.
Faccio seguito una serie di comunicazioni relative a richieste di esami diagnostici che vengono presentate ai pediatri e ai medici di medicina generale da parte di genitori contrari alle vaccinazioni. Al fine di supportare i colleghi che si trovano a fronteggiare tali episodi ritengo opportuno fornire le seguenti indicazioni tecniche.
Così scrive il Presidente Roberta Chersevani della Federazione Nazionale degli Ordini dei Medici Chirurghi e degli Odontoiatri:
Faccio seguito una serie di comunicazioni relative a richieste di esami diagnostici che vengono presentate ai pediatri e ai medici di medicina generale da parte di genitori contrari alle vaccinazioni. Al fine di supportare i colleghi che si trovano a fronteggiare tali episodi, peraltro sempre più ricorrenti, ritengo opportuno fornire le seguenti indicazioni tecniche, formulate a seguito di un diretto confronto con la competente Direzione generale della prevenzione del Ministero della salute.
In via preliminare, e per fugare ogni non giustificata resistenza alle pratiche vaccinali, ricordo che allo stato attuale delle conoscenze, la richiesta di esami di laboratorio ovvero di altri accertamenti diagnostici da eseguire di routine prima della vaccinazione non ha alcuna giustificazione tecnico-scientifica. Perché siano individuate situazioni di rischio reali, è sufficiente che il pediatra/medico curante svolga le proprie valutazioni sulla base della documentazione medica del minore e che i servizi vaccinali effettuino l’anamnesi pre-vaccinale, anche sulla scorta delle informazioni fornite dai genitori/tutori/affidatari, oltreché attenendosi alla Guida alle controindicazioni, menzionata nella circolare del Ministero della Salute del 16 agosto 2017.
Allo scopo, ricordo che nella locuzione “test pre-vaccinali” rientrano:
a) test che hanno lo scopo di constatare se un soggetto presenti una situazione patologica tale da rappresentare una controindicazione alla vaccinazione; b) test che avrebbero lo scopo di identificare nel candidato alla vaccinazione, che è in condizione di buona salute, una ipotetica predisposizione ad una reazione avversa alla vaccinazione; c) test atti a verificare se il soggetto abbia acquisito una immunità naturale permanente da pregressa malattia, in ragione della quale la vaccinazione risulta superflua.
Riguardo ai test di cui alla lettera a), non si può non richiamare la già citata Guida alle controindicazioni, adottata e periodicamente aggiornata dal Ministero della salute e dall’Istituto superiore di sanità, che fornisce agli operatori impegnati nella offerta attiva e nella effettuazione delle vaccinazioni tutti gli strumenti utili a valutare le situazioni che si discostano dalla normale pratica quotidiana. Si tratta, in ogni caso, di condizioni cliniche definite estremamente rare, molte delle quali già diagnosticate, e quindi note al medico curante, già prima della vaccinazione.
Con riferimento ai test di cui alla lettera b), si rappresenta che alcuni anti-vaccinisti sostengono la necessità di effettuare su tutti i bambini, prima delle vaccinazioni, uno screening genetico, che consentirebbe di riconoscere preventivamente e, di conseguenza, di tutelare quelli a rischio di reazioni avverse. In particolare, tale raccomandazione deriverebbe dal rischio di “slatentizzare” patologie autoimmuni o allergiche per le quali si avrebbe un rischio aumentato, in presenza di un aplotipo HLA ritenuto, appunto, “a rischio” per le stesse. Si sottolinea, al riguardo, che né l’Organizzazione mondiale della sanità né altre Istituzioni di rilievo scientifico a livello internazionale raccomandano l’effettuazione di test pre-vaccinali di tale tipo. Inoltre, nessuna delle più importanti società scientifiche europee o americane suggerisce attualmente di sottoporsi a test genetici prima di effettuare le vaccinazioni. In particolare, questa prassi non viene neppure presa in considerazione nell’ultima edizione del Red Book (Rapporto del Committee on Infectious Diseases) che è il principale testo di riferimento per chi lavora in ambito vaccinale.
Riguardo al test di cui al punto c), nel ribadire che non tutte le malattie per le quali è stato introdotto l’obbligo vaccinale conferiscono immunità permanente (cfr. circolare del Ministero della salute del 16 agosto 2017), si evidenzia che la vaccinazione di un soggetto che aveva già contratto la malattia naturale non rappresenta assolutamente un rischio aggiuntivo per la sua salute, atteso che la pregressa malattia non costituisce una controindicazione per nessuna vaccinazione. La vaccinazione, infatti, rappresenta solo uno stimolo immunitario che potenzia ulteriormente la capacità di risposta a una potenziale esposizione all’agente patogeno.
In anteprima rispetto alla Giornata europea delle statistiche, Eurostat ha reso disponibile la pubblicazione digitale La vita delle donne e degli uomini in Europa - un ritratto statistico, realizzata in collaborazione con gli Istituti nazionali di statistica degli stati membri dell’UE e dei paesi dell’Efta.
Realizzata in collaborazione con gli Istituti nazionali di statistica degli stati membri dell’UE e dei paesi dell’Efta, la pubblicazione presenta un confronto tra le donne e gli uomini nella loro vita quotidiana, mostrando anche in cosa si assomiglia o differisce nei paesi europei.
La pubblicazione è composta da tre capitoli:
Vivere, crescere, invecchiare
Apprendere, lavorare, guadagnare
Mangiare, acquistare, navigare, socializzare.
Si può accedere anche ad un quiz, per valutare la propria conoscenza delle differenze uomo-donna.
L'OECD ha appena pubblicato Preventing Ageing Unequally. Il report esamina come le due tendenze globali dell'invecchiamento della popolazione e delle crescenti disuguaglianze si stiano sviluppando e stiano interagendo, sia all'interno che tra le generazioni.
L'Ocse ha appena pubblicato il volume Preventing Ageing Unequally. Le disuguaglianze sono aumentate da una generazione all'altra e le persone iniziano la loro vita lavorativa a un’età molto più tarda di quella degli anziani di oggi.
Nel 1980, erano in media 20 le persone ultrasessantacinquenni su 100 in età lavorativa (20-64 anni), che sono diventate 28 nel 2015, con la previsione di giungere ben a 53 over65 ogni 100 persone in età attiva nel 2050.
La situazione in Italia potrebbe essere peggiore nel 2050: secondo le previsioni ci saranno 74 persone al di sopra dei 65 anni per 100 persone di età compresa tra 20 e 64 anni (rispetto al 38% di oggi), rendendo l'Italia il terzo paese Ocse più vecchio dopo il Giappone (78) e la Spagna (76).
Servono quindi maggiore redistribuzione economica, diversi meccanismi di pensionamento, investimenti sulla vecchiaia attiva e sulla salute, soprattutto per la prevenzione e le long term care.
Nel 2016 si osserva una diminuzione del volume di attività erogata dagli ospedali: rispetto all’anno precedente il numero di dimissioni per acuti, riabilitazione e lungodegenza mostra una diminuzione del 2,7%, mentre il volume di giornate si riduce del 2,1%.
Nel 2016 si osserva una generale diminuzione del volume di attività erogata dagli ospedali: rispetto all’anno precedente, il numero complessivo di dimissioni per acuti, riabilitazione e lungodegenza mostra una diminuzione di circa il 2,7%, mentre il corrispondente volume complessivo di giornate si riduce di circa il 2,1%. E' quanto illustrato nel Rapporto annuale sull'attività di ricovero ospedaliero (dati SDO 2016), a cura dell'Ufficio 6 della D.G. programmazione sanitaria del Ministero della salute.
Più nel dettaglio, la riduzione più consistente si osserva per l'attività di riabilitazione in regime diurno (-6,4% per le dimissioni e -3,3% per il numero di accessi), poi per l’attività per acuti in regime diurno (-5,7% per le dimissioni e -6,4% per il numero di accessi) e la lungodegenza (-5,3% per le dimissioni e -4% per il numero di giornate).
Più contenuta appare la riduzione osservata per gli acuti in regime ordinario (-1,7% per le dimissioni e -1,5% per le giornate) ed infine per la riabilitazione in regime ordinario (il numero di dimissioni è sostanzialmente sovrapponibile all’anno precedente, mentre il numero di giornate si riduce del 1,3%).
Il tasso di ospedalizzazione
Rispetto al 2015, nel 2016 il tasso di ospedalizzazione per acuti si riduce da 129,9 a 126 dimissioni per 1.000 abitanti, articolato in 95 dimissioni (per 1.000 abitanti) in regime ordinario e 31 in regime diurno (nell'anno precedente i valori erano, rispettivamente, 97 e 32,9 dimissioni per 1.000 abitanti); si osserva, inoltre, una discreta variabilità regionale.
Il trend del tasso di ospedalizzazione, standardizzato per età e sesso mostra un andamento decrescente, che interessa sostanzialmente l’attività per Acuti, sia in regime ordinario che diurno, che passano, rispettivamente, da 115,8 e 48,8 per mille abitanti nel 2010 a 95 e 31 nel 2016. Il tasso di ospedalizzazione complessivo si riduce da 171,9 per mille abitanti nel 2010 a 132,5 nel 2016.
L’appropriatezza
L’appropriatezza del ricovero ospedaliero migliora ulteriormente, come indica l’andamento dei ricoveri afferenti ai DRG a rischio di inappropriatezza se erogati in regime di ricovero ordinario: in particolare, confrontando i dati dell'anno 2016 con quelli dell'anno precedente, si osserva un aumento della percentuale di regime diurno in 45 dei 108 DRG a rischio inappropriatezza; inoltre, fra i restanti 63 DRG, ulteriori 51 DRG, pur presentando una quota di regime diurno inferiore rispetto al 2015, sono caratterizzati da una riduzione del volume di ricoveri ordinari: in media la riduzione osservata è pari a 6,3%; infine, si può osservare che 98 DRG mostrano una riduzione del numero totale di ricoveri erogati rispetto all'anno precedente.
Complessivamente, quindi, per i 108 DRG LEA si osserva una significativa deospedalizzazione, con un miglioramento dell'appropriatezza organizzativa e dell'efficienza nell'uso delle risorse ospedaliere.
La mobilità
La mobilità interregionale, pur con qualche leggera variazione, si mantiene sostanzialmente costante per ciascun tipo di attività e regime di ricovero, rispettivamente, nell’intorno del 8% per l’attività per acuti in regime ordinario e diurno, del 15% per l’attività di riabilitazione in regime ordinario, del 10% per l’attività di riabilitazione in regime diurno, e del 5% per l’attività di lungodegenza.
Più in dettaglio, la mobilità per acuti in regime ordinario passa dal 7,4% nel 2010 al 8,2% nel 2016, la mobilità per acuti in regime diurno passa dal 7,4% nel 2010 al 9,1% nel 2016; la mobilità per riabilitazione in regime ordinario passa dal 14,7% nel 2010 al 16,3% nel 2016, mentre la mobilità per riabilitazione in regime diurno è pari al 9,2% nel 2010, tocca un massimo di 11,8% nel 2012 e si attesta al 9,3% nel 2016. Infine, la mobilità per lungodegenza è pari al 4,7% nel 2010 e, con piccole oscillazioni, si attesta al 4,9% nel 2016.
La remunerazione teorica
Analizzando il trend della remunerazione teorica negli anni 2010-2016, per tipo attività e regime di ricovero, si osserva una graduale riduzione dell’ammontare complessivo, che passa da 30,9 miliardi di euro nel 2010 a 28,6 miliardi nel 2016; la componente per acuti in regime ordinario risulta ovviamente preponderante, con, a seguire, la componente per acuti in regime diurno e per riabilitazione in regime ordinario.
Più in dettaglio, per l'anno 2016 la remunerazione complessiva si attesta a circa 26,1 miliardi di euro per l'attività per acuti (di cui 23,5 miliardi di euro in regime ordinario e 2,6 miliardi di euro in regime diurno), circa 2,1 miliardi di euro per l'attività di riabilitazione (di cui 2 miliardi di euro in regime ordinario e 91 milioni di euro in regime diurno), e circa 428,9 milioni di euro per l'attività di lungodegenza, per un totale di circa 28,6 miliardi di euro complessivi.
Fra il 2015 ed il 2016 si osserva, per il totale della remunerazione, una diminuzione di circa lo 0,8%.
La qualità della rilevazione
Anche per l’anno 2016, la banca dati SDO è caratterizzata da un elevato livello di completezza della rilevazione, pari al 99,4% per gli istituti pubblici e 99,1% per gli istituti privati accreditati, con una copertura complessiva pari al 98,1% ed una qualità della compilazione in costante miglioramento: il numero di errori per 100 schede si riduce da 27,6 nel 2015 a 25 nell'anno 2016, con una diminuzione di 2,6 punti, come pure si riduce Il numero complessivo di schede con almeno un errore di compilazione si riduce, passando dal 19,9% nel 2015 al 18,8% delle schede pervenute nell'anno 2016, con una diminuzione di 1,1 punti percentuali.