Nel bollettino di sorveglianza che riporta i dati dei primi 6 mesi del 2020 viene rilevata una flessione a partire da marzo 2020 del numero dei casi di epatite. Hanno influito le misure per contenere la trasmissione di SARS-CoV-2? Oppure c'è stato un rallentamento della diagnostica e conseguente notifica?
SEIEVA è una sorveglianza speciale coordinata dall’Istituto Superiore di Sanità, attiva dal 1985, che affianca il Sistema Informativo delle Malattie Infettive. L'obiettivo è descrivere l’epidemiologia delle epatiti virali acute in Italia per tipo specifico e analizzare l’impatto di interventi sanitari e di altri eventi rilevanti sulla dinamica degli andamenti epidemiologici nel lungo periodo, attraverso la stima dell’incidenza e l’analisi dei principali fattori di rischio associati all’infezione.
Nel bollettino di SEIEVA che riporta i dati dei primi 6 mesi del 2020, viene rilevato che il numero di casi di epatite virale, indistintamente per tutti i tipi, è basso (minimo negli ultimi 5 anni), con una netta flessione a partire da marzo 2020. I grafici sottostanti presentano un confronto tra le notifiche di epatite A, B, C ed E dei primi 6 mesi del 2019 e quelle relative ai primi 6 mesi del 2020.
Come noto, i primi mesi del 2020 sono stati pesantemente contraddistinti dalla diffusione in Italia e nel mondo dell’infezione da nuovo Coronavirus (SARS-CoV-2), pertanto non è possibile prescindere da questo nell’analisi dei dati delle altre sorveglianze di malattia infettiva. Per quanto riguarda l’impatto che le misure adottate per contenere la trasmissione di SARS-CoV-2 possano avere avuto sulla diffusione di epatiti virali, è difficile e prematuro poter trarre delle conclusioni, considerando innanzitutto che l’incubazione delle epatiti a trasmissione parenterale può durare fino a 6 mesi.
È indubbio invece che l’interesse massimo sulla pandemia possa aver distratto l’attenzione su altre patologie, anche per ciò che riguarda la diagnostica e la conseguente notifica. Questi spunti di riflessione potranno essere approfonditi a seguito del consolidamento dei dati 2020 e dell’analisi definitiva che confermeranno o meno una reale diminuzione dei casi.
Essere considerati come un gruppo a maggior rischio e temere di non ricevere un trattamento adeguato, sono due delle preoccupazioni delle persone anziane che dovrebbero essere contrastate con reali messaggi di affetto e di “pietas”.
L’enciclopedia Treccani ci propone una definizione di “pietas”: “divinità astratta dei Romani, che esprime l'insieme dei doveri che l'uomo ha sia verso gli uomini in genere e verso i genitori in specie ("iustitia erga parentes pietas nominatur", Cic., Part. or., 78), sia verso gli dei e che in questo caso s'identifica con la religione ("est enim pietas iustitia adversus deos", Cic., De nat. deor., I, 116)”.
Non solo però ai propri genitori dovrebbe essere rivolta attenzione, ma a tutti gli anziani che durante la pandemia di Covid-19 sono stati inevitabilmente “facili bersagli”. Il valore della pietas, in una definizione più allargata del termine, si ritrova in un commento del Dr. Geddes Per combattere la solitudine, per non perdere la tenerezza, in cui viene sottolineata l’importanza di dare protezione alle persone in età avanzata o con gravi patologie, garantendo sempre però non solo la salute fisica.
Covid e ageismo
Sempre nell’enciclopedia Treccani troviamo la definizione di “ageismo”: “forma di pregiudizio e svalorizzazione ai danni di un individuo, in ragione della sua età; in particolare, forma di pregiudizio e svalorizzazione verso le persone anziane. È per assonanza e analogia con razzismo e sessismo che nel 1969 Robert Butler], psichiatra e geriatra, coniò il termine ageism (da age: età), che trent’anni dopo sarebbe stato accolto nella lingua francese come âgisme e ben più tardi in quella italiana come ageismo”.
Verso gli anziani in questo periodo si sono purtroppo manifestati sentimenti e azioni contrastanti. Se da una parte sono definiti come persone fragili da proteggere, dall’altra sono stati vissuti come elementi non indispensabili al sistema: si è quindi concretizzato l’ageismo.
Inutile sarebbe entrare nelle tante polemiche suscitate da alcune frasi pronunciate, riportate con clamore dai mass media. Ricordiamo solo come anche la forma di “protezione” proposta, che prevedeva una sorta di lockdown per gli ultrasettantenni, abbia inevitabilmente scaturito polemiche. Le reazioni degli appartenenti a questa fascia di età, che la stampa e i mass media hanno riportato, erano quelle dei “più giovani” dei potenzialmente “protetti”; agli altri, ai “grandi anziani” è rimasto solo il profondo senso di inutilità e di solitudine, senza alcuna voglia di controbattere.
l’essere considerati come un gruppo a maggior rischio anche per Covid-19 crea negli anziani logicamente maggiore apprensione
molte persone anziane potrebbero inoltre non solo aver paura per la malattia, ma essere preoccupati che, se infettate, potrebbero non ricevere un trattamento adeguato, perché la comunità medica dà la priorità alla cura dei giovani.
Sono queste le due principali convinzioni che provocano reazioni emotive e psicologiche e che andrebbero contrastate con reali messaggi di affetto e di “pietas”.
Delibera n.1490 del 30 novembre 2020 European Joint Programme on Rare Diseases - Joint Transnational Call 2020. Utilizzo risorse della JTC 2020 – ERA PerMed per finanziamento progetti
Delibera n.1490 del 30 novembre 2020 European Joint Programme on Rare Diseases - Joint Transnational Call 2020. Utilizzo risorse della JTC 2020 – ERA PerMed per finanziamento progetti
In seguito all'articolo di Richard Horton uscito sul Lancet a settembre scorso si è ripreso a parlare di sindemia. Su Lancet infatti il tema era già stato ampiamente trattato nel 2017. Ma cosa significa sindemia e perché affrontare l'emergenza sanitaria con un approccio sindemico.
Recentemente i mass media hanno pubblicato articoli con titoli in cui ricorre spesso il termine “sindemia”. L’interesse dei mass media è iniziato in seguito all’articolo COVID-19 is not a pandemic di Richard Horton, pubblicato il 26 settembre su The Lancet. L’autore sostiene che l’approccio nella gestione della diffusione, ma soprattutto della patologia, sia sbagliato, perché la crisi sanitaria è stata affrontata focalizzando l’attenzione alla malattia infettiva, e non con un “approccio sindemico”.